Il Sabatino del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna elettorale
e reca in mano il giuramento
fatto a ogni elettore,
onde siccome suole,
armeno poi a parole,
di revocar in un momento
il pian regolatore.

Siede sulle panchine
con gli ufficiali a riposar il gran dottore
e novellando vien del suo buon tempo
quando anch’egli agli abitanti
facea promesse strabilianti 
col porticciolo e con l’ascensore.

Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre,
il chiaror della luna ti accarezza
e le strade or ti sembran sgombre
dalle buche e dai sacchi di monnezza.

Or la squilla dà segno
della festa che viene
ed a quel suon diresti
che il còr si riconforta, beninteso,
sperando che il lampione resti acceso.

E intanto riede alla sua parca mensa
dopo esser stato in spiaggia lo zozzone,
che cémo fatto proprio un bèr guadagno,
a rimembrar che la passata stagione
venivano a cacciatte co’ un plotone
se solo tu provavi a fatte er bagno
e mo a chi zozza la multa si dispensa.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
chi è dedito al sonno ora impreca
per il frastuon della discoteca
che continua indefessa ancora e ancora
fino ai primi chiaror dell’aurora.

Questo di sette era il più gradito giorno
che arrivavan diman li fagottari,
ad arrecar nelle nostre tasche
sonanti sbiosse e papebrasche,
pazienza poi se eran casinari.
Chi allora li trattava da briganti
adesso campa solo di rimpianti,
che nemmen un fagottaro c’è più intorno.

Assessore scherzoso,
codesta carica fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
ma non pensar che sia finita…

Godi, assessore mio, il tempo è tiranno,
stagion lieta è cotesta,
altro dirti non vo’, ma la tua festa
ch’anco tardi a venir te la faranno.

Leggi “Il Sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi

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